I racconti del Premio Energheia Europa

Il lago, Mitzi Eunice Martínez Guerrero

Menzione Premio Energheia Spagna 2025

Traduzione a cura della Classe IV C/L, dell’Istituto Europa Unita di Chivasso (TO), con la supervisione delle Professoresse Laura Durando e Gemma Escayola Rifa

Ispirato a fatti reali

Sotto un albero, di fronte alla casa, si vedeva

una tavola e sedute ad essa, la morte

e la bambina prendevano il tè.

Alejandra Pizarnik, La morte e la fanciulla.

Al lago non si scende, né di notte né all’alba. Leggenda popolare: è l’ora delle sirene. La mera verità è che io non ne ho mai vista una. Le percepisco, so che sanno bene dove mi trovo, i loro occhi fanno capolino all’orizzonte osservandomi e loro sanno che non gli voglio male, come tutti quelli che sono di qui. Né i pescatori clandestini, né quelli che vengono dalla capitale per studiare le acque, e tanto meno i barcaioli, per quanto vogliano guadagnarsi qualche centesimo in più prestando servizio ai turisti. Nessuno sano di mente oserebbe attraversare dai moli alle sette isole fuori rotta o fuori dall’orario concordato. Lo rispettiamo, perché sì. Sono cose che si imparano o da piccoli o a suon di schiaffi, senza campagne politiche o propagande eco-friendly. “Pff, ma no, dai!” No. Bisogna saper lasciar perdere. Ma non si dovrebbe parlare per i forestieri. Al lago non si scende né di notte né all’alba, perché è l’ora delle sirene. Così, quando hanno trovato i bambini impigliati tra i gigli color porpora, abbiamo lasciato che pensassero a loro.

Prima dei notiziari si è speculato un po’ di tutto. Che i genitori non si erano presi cura di loro, che si era trattato di un lavoretto combinato o una resa dei conti, che erano scappati tra un gioco e l’altro o che si erano persi tornando al dormitorio. Poi, i giornalisti hanno omesso ciò che contava con quella loro lingua senza emozioni. “Muoiono tre bambini annegati nel lago di…”; “ Trovano…”; “Ritrovano cadaveri”; “Localizzano…” . Personalmente, mi piace di più quando iniziano con “apparire”. Conferisce volontà, anche se da queste parti la volontà scarseggia, si estingue o si prosciuga tra le usanze e le fessure aride della terra. E, naturalmente come accade con queste cose, le dicerie non si sono fatte attendere. Tra le soglie bianche e rosse di calce e tegole si è sparsa la voce di una caccia. Ma la gente di questo paese non si immischia negli affari altrui, ciò implicava uno sforzo mentale poco redditizio e piuttosto cupo, così si è optato per far rivivere, almeno un po’, una via più ancestrale. È che accanto c’è la storia di una principessa-sirena il cui uomo cattivo non è più tornato, e dal suo dolore e dalle sue lacrime è nato quel lago. Ascolta, non siamo così lontani. Sono sicuro che sono caduti preda dei canti malefici! Niente è così letale come il disprezzo.

È più facile: racconti in cui l’amore fa diventare tragica la vergine, tiranni i genitori e mascalzoni gli uomini. Donne create per morire tra le persone di passaggio e raggiungere la grazia infinita per noi che restiamo. Almeno finché dura il lago.

Se devo essere sincera, c’è un po’ di verità in ogni idea, ma, beh… Nessuno si stupisce. Immagino che si tratti di un paesaggio desolato. L’acqua è così torbida e densa che è priva di colori e riflessi. Al massimo, riflette le ombre delle barche e degli alberi, ma non le reti né gli uccelli. Non c’è più la sponda. Se ti sporgi oltre i sentieri di pietra o di legno abbrustolito dal sole, vedrai che i gigli se la sono mangiata per intero, come vermi; e dove sembra finire la terra, giacciono i bulbi e le radici pelose che si sollevano sopra lo strato sporco dell’acqua per culminare in foglie rotonde, grandi e ondulate, e i fiori lilla dai cuori porpora con fiammelle gialle. Quando ero più piccola, li credevo stelline di buon auspicio per illuminare i cammini notturni di quelle storie cariche di segreti inconsistenti. Da grande, e anche dopo, ho saputo la verità. Lì dove si vedono, questi fiori sono una piaga, lupi travestiti da agnelli, un veleno dilagante che nessuno sa quando è arrivato né chi l’ha versato là fuori. Così li strappo con le mie mani.

Il primo giorno in cui ho rinunciato ai miei genitori, ho deciso che il mio nome sarebbe stato Vivi, da Viviana. L’ho rubato ad una straniera, più bionda, più alta e, se possibile, più magra di me. Mi piaceva e l’ho tenuto. È che i miei genitori mancavano d’ingegno. Chi mai penserebbe di avere bambini senza un lavoro e a diciassette, sedici anni? Dicevano che mi avevano chiamata come una regina molto importante di un’altra isola, più grande, finché mio zio, il mio padrino, non l’aveva spiattellato al mio ultimo compleanno. Lui lo racconta meglio: “Hai il nome di un drink”. “Un drink?” “Alcool, ragazzina, di qualità, no?” Mio padre gli aveva dato un gran ceffone e mia madre lo aveva minacciato di cacciarlo dalla festa. Non c’è stato modo di rimediare. Per questo, io mi sono battezzata da sola proprio lì nel lago. Mi sono fatta strada tra i gigli, lentamente per non disturbare, e quando ho trovato un punto che non mi dispiaceva, mi sono tappata il naso, ho chiuso gli occhi molto forte e mi sono immersa tre volte. Sono Vivi, splash, sono Vivi, splash, sono Vivi, splash. Poi mi sono tirata i capelli via dalla faccia all’indietro. Quando ho guardato, l’acqua era perfettamente calma. Quasi bella. È venuto fuori che avevo scelto un posto molto nascosto, circondato da molte piante che facevano ombra e formavano una sorta di bacino con un orizzonte tutto suo dove una di quelle isole sembrava dormire. Quella a forma di pesce che si morde la coda. Ho seguito le linee dell’acqua con lo sguardo fino a trovare il mio pezzo di terra. In lontananza, c’era una sagoma che galleggiava sull’acqua; poi un’altra, e un’altra ancora. Mi è venuta la pelle d’oca e sono tornata sulla terraferma.

Ai popolani piace parlare a bassa voce e a me piace ascoltarli. Infatti, è così che ho scelto il mio scopo. Dopo il mio battesimo, mi sono dedicata a girare per le strade vicine. Mi piace sedermi accanto al signore delle “gorditas”. L’aroma dolciastro di panna, farina e zucchero sulla piastra mi ricorda sempre quando accompagnavo mia madre a venderle al mercato di Quiroga, o quando papà e i miei nonnini mi compravano una bustina in piazza. “Tre per cinque pesos, cinque per dieci, dieci grandi per trenta ma ve le lascio a venticinque, altrimenti non ci guadagno, signora”. E se andavamo dalla zia mentre le preparava, “yuppy!”

Quando c’è meno gente, salgo sulle barche. Non mi faranno mai storie perché sono di qui e, anche se ho sei anni, non sono fastidiosa. Me ne sto seduta in silenzio, in disparte, con le manine sulle ginocchia, immobile, “Amore mio, ok?”, “Sì mamma”. Quella volta, mi sono intrufolata in un gruppo di turisti che cercavano un tour di leggende. Solo che quella famosa è sull’altro lago, così si sono dovuti accontentare di quello che il barcaiolo diceva di ricordare da ragazzino, che era piuttosto un miscuglio di ricordi a pezzi, fantasia e improvvisazione. Una fanciulla tarasca era stata rapita da un gruppo di banditi, fu salvata da un coraggioso giovane spagnolo, sulla via del ritorno si promisero amore eterno e fedeltà in quel lago stesso, ma arrivati davanti ai genitori di lei, non credettero a nulla e lo consegnarono al re tarasco, che lo condannò a morte. Dalla pena, la fanciulla fuggì al lago e offrì la sua vita in cambio della salvezza degli dèi, senza sapere che lui era già promesso in sposo alla figlia del re. Gli dèi ebbero pietà di lei e con il suo cuore crearono questo lago, e le sette isole rappresentano i giorni della traversata che visse con il suo amante. L’uomo non aveva neanche tanto talento né si è sprecato (scusate) in una bella storia. Annoiata, mi sono messa a esaminare i volti dei visitatori. Erano meravigliati. Quando li hanno lasciati sulla loro riva, sonno scesa con loro. Ripetevano quello che ricordavano, ridevano e si spaventavano a vicenda. Mi divertivano perché, anche se stupidamente con i loro accenti urbani da ricchi, ci provavano. Quando il tramonto si è posato sull’isola e le loro forze sono diminuite, hanno smesso di muoversi come re per tornare persone normali. Nel viaggio di ritorno al paese, una donna del gruppo ha voluto ascoltare di nuovo la leggenda, ma quello era un altro barcaiolo. Tra tutti hanno ricostruito la storia affinché l’uomo potesse continuarla. Come se dietro gli occhi velati e i respiri affannosi, pulsasse la paura reale che la fanciulla della leggenda svanisse per sempre nell’oblio delle onde. Allora ero io quella stupita. Ho deciso di essere leggendaria. Non sapevo bene come, finché non ho incontrato quei bambini nell’ultimo giorno della loro vita.

A quel punto, mi era venuta l’idea di travestirmi. Mi ero procurata pezzi di rete da farfalle abbandonati e ci intrecciavo foglie di canapa, erba e tutto ciò che trovavo mentre strappavo i gigli al mio passaggio. Cinquanta chilometri di steli mutilati. Ero intenta in queste faccende quando ho sentito un grido acuto seguito da un altro più forte. Ho alzato la testa senza farmi vedere. Un bambino rideva sotto i baffi. Trasudava cattive intenzioni in abbondanza. Suo padre lo aveva sgridato. “Adesso state tranquilli”, ha detto una delle mamme, “non succede nulla, amica!”, ha risposto l’altra, e li hanno lasciati correre intorno alle sedie di plastica del ristorante. Un altro papà ha applaudito le loro grazie mentre il resto del gruppo li ignorava o li rimproverava senza successo. Ho pensato al mio. Non mi è più chiaro il suo volto, solo il suo abbraccio prima di andarsene. Sono felice che questo sia rimasto con me, e non qualcosa di soffocante come l’acqua, o il rancore. Il fatto è che la bambina era scesa verso quella che immaginava essere la riva. Perciò non mi aveva vista. Si è accovacciata accanto a un mazzo di fiori che, per caso, si erano mezzo ammassati. Come se aspettassero il tocco dei suoi piedi. La principessa di papà. Quel tipo di personcine cresce con la favola che il mondo è fatto su misura per loro. Gli altri due l’hanno seguita. “Un pesce, guarda!” “Lanciagli una pietra!” La trota è scappata in salvo. “Prendi il pane!” “Corri!” “Lì, guarda!” Se gli dai da mangiare, vengono.” “Aiutaci, taglia i pezzetti.” “Lascia quei fiori, stupida, aiutaci! Prendi. Lì, lì, stanno arrivando.” Pronti? Al mio via… continuate a buttare pane!” “Uno, due e tre… Muore!” “Guarda che pietrone!” “Con quello lo prendi!” “Fai attenzione!” “Lì vai!” “Cosa fate, bambini?” “Uscite da lì!” I tre sono corsi indietro ridendo senza sosta, eccetto la bambina, che non sembrava capire quello che stava succedendo. Mi sono affacciata sul lago. Non sono riuscita a guardare il massacro, ma lo sentivo come se fossi stata lapidata io, come se avessi ceduto all’illusione delle briciole di pane per farmi ammazzare. Per la sfortuna di vivere nel lago. Mai, e poi mai, ho bruciato in quel modo. Se avessi potuto o saputo come, avrei invocato le sirene di tutte le acque e di tutte le terre. Avrei nuotato con loro. Avrei guidato la mia rivoluzione.

Prima ho detto “scegliere”, ed è che quando a una non rimane niente altro che lo spirito, la volontà è il tesoro che si perde prima. Prima o poi. L’ho visto succedere. Io non voglio dimenticare così tanto. Sapevo di poter contare su mia mamma, che non si era mai sposata né è andata a vivere con il mio papà, ma che non gli impediva di vedermi ogni fine settimana perché, sebbene tutti e due fossero giovani, mi volevano un bene infinito, e per questo il 14 febbraio avevamo convinto la mamma a lasciarci andare a fare un giro in moto sul lago prima di mangiare con i nonni, “Mi prometti di riportarla presto?” “E tu?” “Dobbiamo misurarti le scarpe per il tuo compleanno, non trattenetevi troppo”, “No, no”, e davvero, andavamo per il secondo giro, l’aria era freschetta e c’era molto sole, poi non più. L’ultima cosa non mi è chiara. Si disse che la moto si distrusse, che fossero stati usati persino dei droni per ritrovarci, che l’intero paese ci avesse tenuto nelle loro preghiere, e una settimana dopo videro mio padre. Ore più tardi me. Ricordo solo frammenti: il suo abbraccio, l’acqua che mi stringeva la gola e che non mi lasciava. Per il panico, sebbene sapessi quello che ci era successo. Ora, finché avrò volontà, scelgo di resistere all’oblio.

Con noi, c’erano anche un sacco di giornalisti. Ci sono notizie dalle poche ore prima del funerale. Padre e figlia scomparsi. Moto acquatica distrutta. Fu riportato il guasto e, dopo, non ci furono più contatti. Si disse che, dopo la scoperta dei nostri resti, le persone locali bloccarono la polizia per una questione di credenze, ma chi sa quali. Io sono andata a salutare la mamma, i miei nonni e la maestra della scuola che aveva persino formato un gruppo. Volevo ringraziarla per avermi difeso di fronte agli arroganti e per non aver raccontato a mia mamma che una volta mi bagnai la gonna. Per la paura. Nei giornali criticavano anche la mancanza di distanziamento sociale, di mascherine e misure sanitarie. Sono morta ai tempi del Covid, ma non hanno potuto scriverlo sul mio certificato di morte; visto che tutti quelli che morivano in quel periodo, venivano registrati così… Per lo meno, i giornali sembravano saperne tanto quanto me: niente.

Ho dato la caccia ai mocciosi. Non nel ristorante, ma sulle barche. Ho lasciato il mio travestimento lontano dalla marea e dalla vista. Per prima cosa ho raggiunto i due ragazzini, quello del pane e quello che tirava i sassi. Mi sono avvicinata al molo mentre gli adulti cercavano di acquistare i biglietti alla biglietteria. “Il fatto è che non ci sono più barche in uscita, capo”. “Ma mancano venti minuti! Non è sicuro, capisce?” I bambini si sfidavano a trattenere il respiro sott’acqua. Uno si immergeva e l’altro contava. Non si sono accorti che ero entrata né tantomeno che li sentivo. Quello con il pane ha chiuso gli occhi ed è andato per primo. È uscito subito. “Fa freddo! Beh, allora ho vinto”. “No, aspetta! Uno, due…! Ancora”. Poi gli ho dato un bacio che lo ha fatto rabbrividire. È uscito saltando all’indietro. “Che ti prende? Sei un bambino, dai!” “Conta! Tocca a me”. “Ehi! Pronto? Ehi! C’è qualcosa nell’acqua…” “Cosa? Che cosa c’è?!” “Guarda!” Ed è scappato via. Quello della pietra voleva trovarmi. Si è sporto finché il naso quasi toccava la superficie dell’acqua. Lentamente, mi sono alzata dal fondo. Sono rimasta immobile, mi vedeva, ne sono sicura. Ha allungato un dito verso di me e poi l’ho tirato giù. È caduto come un sasso, pesante e vuoto. L’ho abbracciato con tutte le mie forze. Avrei voluto avere artigli o zanne. Improvvisamente, qualcuno lo ha tirato su e lo ha portato fuori prima che perdesse conoscenza. Tremava così tanto che hanno cancellato il giro in barca e sono tornati alla pensione.

A quanto pare le famiglie sarebbero partite il giorno dopo e avrei perso la mia occasione. I bambini continuavano a piangere senza capire perché; erano pallidi, nonostante facesse caldo e fosse estate.

Non mancavano occasionali spasmi. La proprietaria della pensione li ha esaminati attentamente e ha stabilito che avevano contratto lo spavento. Era una brava vecchia. Naturalmente i genitori non le hanno creduto, solite cose da paese, finché non ha pronunciato le parole: “Al lago non si scende, né di notte, né all’alba”. L’ho osservata meravigliata. Avrei aspettato fino all’ora di confine tra la densità della notte e i raggi dell’alba.

Ho ricordato, allora, il mazzo di fiori. Sono andata a trovarla. Gli altri due sarebbero venuti dopo. In sogno, le ho raccontato che l’acqua del lago trasforma le bambine in anime immortali. Bastava passeggiare tra i gigli.