La caduta dell’Occidente, Felix Krausz Sjögren
Menzione Premio Energheia Francia Sorbona 2024
Traduzione a cura di Gino Cervi
Più o meno una volta alla settimana, la pelle di David brucia. Non tutta la pelle, ma soltanto alcune parti: ad esempio, le mani, in particolare l’anulare destro, una parte dell’avambraccio. Non sa perché, ma è così. Probabilmente è qualcosa di psicosomatico, come la maggior parte delle malattie di David, ma quello che sente è senza dubbio reale. Come quando ci si prende una forte scottatura sotto sole, che brucia in profondità diversi strati di pelle fino ad insinuarsi nella carne, e da lì fa ritornare fuori il dolore.
Da bambino la paura della morte lo paralizzava. Era terrorizzato di addormentarsi e non svegliarsi più. Tutte le donne di famiglia si prendevano cura di lui ricordandogli che il corpo lentamente si consuma, che il destino di ognuno di noi è quello di camminare con la schiena piegata (ma con la testa che ribolle) e che quindi dobbiamo approfittare adesso di tutto quello che la vita ci offre. Perché una volta morti, non c’è nessuna vita.
Sua nonna diceva: «Non state troppo al sole, ragazze, che vi vengono le rughe!”. Ma anche: «Mangiate questo cosciotto d’agnello!». E pure: «Attenzione ai cibi contengono sostanze che fanno venire il cancro». Ma anche: «Hai mangiato abbastanza?». Di tanto in tanto anche la madre gli ricordava di mangiare proteine a sufficienza o gli suggeriva di assumere integratori. (Una volta sentì che la madre al telefono con la prozia che insisteva che gli desse delle vitamine, e che quello che ci voleva per tiralo su erano le capsule di omega-3). Amavano così tanto la vita che avevano dimenticato come si faceva a viverla. Amavano così tanto la vita che lui non era mai riuscito a imparare come si faceva.
Forse non c’è da stupirsi che fosse un bambino con molte manie. Spesso usciva tardi la sera con i genitori, quando andavano a cene o a feste ed erano sempre in ritardo (questo quando erano ancora innamorati). Bastava poco a farlo convincere che i suoi genitori non erano affatto i suoi genitori, che i suoi veri genitori erano stati assassinati e che gli assassini erano proprio quei due che dei suoi genitori avevano preso il posto. Tutto pur di stare con lui e, finalmente, un giorno poter uccidere anche lui. Nella sua immaginazione pensava che anche gli oggetti fossero vivi e che venissero feriti o addirittura uccisi tutte le volte che lui li usava, o approfittava di loro. Spegnere il televisore era per lui un omicidio, e così pure mangiare una carota (quando la mangiava, invece di morderla, la sfregava contro i denti, fino a farsi sanguinare le gengive, un fiume di sangue in bocca). Era convinto che le cose avrebbero scritto la sua condanna. Secondo lui si sentivano sfruttate, maltrattate e parlavano alle sue spalle, dicendo ma guarda quell’idiota, in una lingua che lui non capiva, che non poteva sentire. La signora Tostapane diceva: «Guardate la fetta di pane che ha tagliato è troppo spessa e non ci passa; che imbecille!» (neanche sua madre sapeva tagliare le fette di pane, e dire che spendevano una fortuna dal panettiere, ma lui, come suo padre, aveva un debole per le cose spesse e grasse). Al che la signorina Frigorifero si metteva a ridere e osservava come lui tagliasse sempre il naso al formaggio. Immaginava il signor Formaggio urlare accecato dal dolore e, allo stesso tempo, ridere per la sua inettitudine. (Sì, David il formaggio se lo immaginava maschio: forte, desiderabile, puzzolente). Dolore e piacere. Amava sdraiarsi sul divano del loro piccolo salotto, soffocato dal sole che splendeva dalla finestra, e crogiolarsi nel pensiero di essere terribilmente solo. Era impietosamente egoista nella sua autocommiserazione. Ma forse gli spietati sono i più felici: sanno esattamente cosa vogliono e sono pronti a soffrire per ottenerlo.
Questo è uno di quei giorni. Un giorno in cui la pelle brucia. Ma almeno non ha paura di morire. Ora pensa esclusivamente alla malattia. Gli piace quell’idea di essere un malato immaginario. Avrebbe voluto essere afflitto da una grave malattia, una malattia cronica. Un cancro incurabile, per esempio. Avrebbe voluto organizzare il suo funerale nei minimi particolari, mentre la famiglia e gli amici lo vegliavano sul letto di morte. La sera, prima di addormentarsi, mette su Music for a While di Purcell e pensa alla sua morte. Pensa al suo essere niente e quanto è grande la musica. Il fatto che l’uomo sia riuscito a domare la forza cosmica che si muove nell’universo – attraverso il canto degli uccelli, lo sciabordio dell’acqua, lo spazio o la bomba atomica (un’esplosione in fa maggiore) – e a creare qualcosa di così bello e violento, è la sua più grande conquista. Also sprach Zarathustra lo faceva sempre rabbrividire da bambino. Vorrebbe essere malato di AIDS. Vorrebbe far parte di qualcosa di più grande, di più duraturo, di più prossimo. Non ha mai sentito il legame dell’amore reciproco, quindi forse, pensa, che questa prossimità possa nascere nella malattia. Inoltre, vuole dare un senso ai forti sentimenti che prova per lei. Piange ogni volta che pensa all’AIDS. Piange per coloro che non ci sono più, ma soprattutto per se stesso. Piange per le persone che non incontrerà mai più e che non potranno dare nulla alla sua vita, per la musica che non ascolterà mai più, per la letteratura che non leggerà mai più. Vorrebbe che molte cose potessero durare più a lungo di quanto non siano durate. Che Proust potesse aver vissuto abbastanza a lungo per vedere la Seconda Guerra Mondiale e per concedersi all’amore senza nascondimenti. Che potesse aver vissuto – e David sa che questo sarebbe stato ovviamente impossibile – fino a conoscere l’epidemia di AIDS. Cosa non darebbe David per poter leggere la prosa ipocondriaca e (auto)omofoba di Proust. Gli sta bene, invece, che Foucault, morto esattamente nel momento in cui avrebbe dovuto, e come avrebbe dovuto, sia, appunto, morto. Non può dirsi soddisfatto che Hervé Guibert sia morto, ma d’altra parte è del tutto impossibile immaginarlo come qualcosa di diverso dal fatto che sia morto – morto lì, in quel momento, in quel modo. Il suicidio, ovviamente, non è mai piaciuto a David, così come non sarebbe mai piaciuto a Proust, nonostante la sua grande capacità di rappresentare con selvaggia dissolutezza il mondo delle emozioni. Si racconta che quando morì sua madre, si chiuse nella sua stanza e pianse forte per un mese. Questo tipo di dolore, questo tipo di malattia, è quello che vorrebbe provare David.
È ridicolo che un simile particolare sia considerato notevole, pensa David. Chi non vorrebbe piangere un parente, una persona cara? A quanto pare, non possiamo. David vorrebbe essere un nordcoreano quando morirà il leader supremo di quella nazione, così da potersi gettare a terra, piangere e gridare un dolore che si prova quando si è trafitti nel vivo. In Occidente possiamo solo urlare ai concerti – Harry Styles è il nostro Kim Jong-un. Ma David non riesce proprio a immaginare di stare in piedi ad ascoltare la musica. Dopo non più di 45 minuti, le sue gambe e le sue ginocchia si irrigidiscono e i suoi piedi si contraggono. Non è un tipo forte. Può mettersi davanti allo specchio e flettere i muscoli delle braccia per farli sembrare grossi, come se facesse le trazioni ogni giorno. Ma sembrano grossi solo perché è magro ed è tutto pelle e ossa.
Cerca di alleviare il dolore grattandosi, ma non funziona. La sua pelle allora si infiamma e si riempie di macchie rosse. Dicono che quest’anno sia un’estate «eccezionalmente secca» (anche se non è affatto eccezionale, ma piuttosto normale in questi giorni dell’anno) e c’è un divieto assoluto di accendere fuochi. Fuori, l’erba è gialla ed è convinto che, se ci si sdraiasse sopra, la sua pelle in fiamme incendierebbe la Francia intera. Anche i pizzicotti non aiutano. Una carezza di una mano fredda potrebbe alleviare almeno per un poco il dolore. Ma non gli piace essere toccato. L’erotismo non ha niente a che fare con l’estate, contrariamente a quanto si crede. L’estate è il tempo dei parassiti e del marcio. La soluzione migliore è quindi una doccia fredda. Non deve rimanerci troppo a lungo, altrimenti si prenderà un raffreddore. [Serve anche dopo una sbornia, quando ci si sveglia in preda alle vertigini e alla nausea per aver bevuto troppo vino o champagne. (Non gli piace bere birra. Gli fa gonfiare lo stomaco, il che, oltre a essere antiestetico, lo fa star male. Ma a volte beve birra lo stesso per adattarsi, per sembrare il giovane che di fatto è, o più giovane di quanto si senta. È lo champagne che gli piace; la giovinezza scompare tra i fumi delle bollicine)]. Ma una doccia fredda può avere lo sgradito effetto di svegliarlo troppo in fretta, troppo improvvisamente. Una mattina è rimasto così scioccato dall’acqua fredda che si è vomitato addosso e sulle piastrelle bianche. Aveva messo la mano davanti alla bocca, pensando di starnutire. Il vomito era uscito con la forza e la velocità di uno starnuto, ed era schizzato tra le dita colandogli sul petto. Dopo di che si sentì integro, più umano che mai. Guardò i resti della cena della sera precedente vorticare nell’acqua saponata sul pavimento della doccia prima di scomparire nello scarico. Pensò ai Romani e agli acquedotti e si sentì un tutt’uno con il Tempo. Forse un Antinoo, che sicuramente a un certo punto avrà vomitato sul corpo nudo di Adriano, tra eccessi e ubriachezza. O forse un giovane Cesare, un tipo paranoico, autocompiaciuto e arrivista. Dov’è Bruto?
Non può più stare qui dentro, non deve. Dovrebbe uscire, forse un po’ d’aria farebbe bene alla sua pelle. Ma fuori fa troppo caldo. Il caldo lo fa ammalare (nonostante i suoi continui “problemi”, come li chiama lui, non ha la minima fiducia nei dottori, tutti così arroganti). No, il caldo lo soffoca; sbuffa proprio come facevano tutti quando una farfalla, per rifugiarsi dalla pioggia d’ottobre dello Yom Kippur, era entrata nella sinagoga e si era posata sul cuore del rabbino. Ecco, vorrebbe la pioggia. Se avesse piovuto, si sarebbe tolto il maglione e sarebbe uscito in giardino, e avrebbe spento il fuoco della sua pelle, sdraiandosi sull’erba per osservare come i vermi penetrano nella crosta terrestre e come le lumache saltan fuori dai loro nascondigli. Il mondo è come una lumaca che cammina però girando solo all’interno del proprio guscio. Eravamo tutti lì, fin dall’inizio. Il Big Bang e il Sinai. La radio? Forse la radio. Hanno ancora una vecchia radio sul tavolo della cucina. La madre di David la ascolta ogni mattina mentre legge il giornale. Si trovava un tempo nella casa d’infanzia di sua nonna. La madre di David si rifiuta di cambiarla per affetto e per bellezza. David immagina spesso che dagli altoparlanti provenga la voce di un giornalista degli anni Quaranta. Racconta di come l’Europa stia per essere devastata e rovinata e di come il suolo del continente stia diventando sempre più scuro e sporco. David immagina che il suo bisnonno ascolti con attenzione le notizie da Parigi e Budapest. Ogni giorno va a vedere nella cassetta delle lettere sperando di avere notizie dalle sorelle.
A volte David fa un incubo. Fa freddo e non ha le scarpe. C’è del fumo grigio nell’aria e i suoi vestiti puzzano di piscio. È stanco e non riesce a camminare, ma deve continuare a farlo. Sa che non deve fermarsi. Alla fine, le sue gambe non lo reggono più. Cade in ginocchio. Poi, all’improvviso, appare un uomo nudo. È alto e largo come un armadio, muscoloso ed eretto. È ariano. È danese. Improvvisamente, l’uomo taglia il naso a David e lo colpisce violentemente in faccia. David si sveglia allora tutto sudato.
Gira la manopola e ascolta la notizia. Le parole corrono. NATO, Ucraina. Cosa farebbe se ci fosse una guerra? Si gratta anche se non dovrebbe farlo.
Qualcuno suona alla porta. David non si aspetta visite e non gli piace quando i vicini arrivano senza avvisare prima. I vicini non gli piacciono affatto. Non fanno altro che impegnarsi in lavori inventati solo per far mandare avanti l’economia. Economisti, manager d’affari, marketing. Ogni volta che vede una pubblicità, cosa che accade sempre quando si vive in una grande città, vorrebbe trapanarsi il cranio per lobotomizzarsi. Quando non lavorano, parlano del mercato immobiliare. Comprano e vendono, vendono e comprano. Hanno un’assicurazione sanitaria privata e la loro idea di femminismo sta tutta nell’assumere una tata per poter portare le mogli alle terme. Tuttavia, nel quartiere c’è una donna che piace a David. Una signora che vive lì da più tempo di chiunque altro, la signora Hoffmann. Il suo giardino è curato con attenzione e ogni stanza della casa è ingombra di oggetti. David le piace perché può parlare in tedesco con lui. Il padre della signora Hoffmann era un nazista. Glielo ha raccontato la prima volta che lui andò a casa sua. Ci era andato perché la signora Hoffmann aveva chiesto alla madre di David se conosceva qualcuno che potesse aiutarlo ad appendere i quadri. Glielo disse mentre lui stava appendendo un quadro romantico che raffigurava una cascata. Disse: «Quando la guerra finì, mio padre andò ad annegarsi nella grande cascata che attraversava la città dove sono nata. Questa forniva energia elettrica a gran parte della Germania nord-orientale. Il suo corpo passò attraverso le turbine come la carne attraverso un mulino. Alla fine, tutto ciò che rimase di lui fu una specie di weisswurst, perché non aveva un’anima. Ogni volta che guardo questo quadro, penso a lui». Fece una grande risata rotonda. David sentì che di lei si poteva fidare e rise anche lui, salendo sulla sedia.
Quando aprì la porta non c’era la signora Hoffmann. Erano due uomini ben pettinati. Entrambi in camicia e cravatta, ma senza giacca. Facevano grandi sorrisi e parlavano a David della felicità. La felicità che avrebbe trovato attraverso le Scritture, la Bibbia e Gesù. David ha sempre pensato che Gesù fosse un bel tipo, ma che valore avrebbe la vita se il Messia si fosse già manifestato? David prese l’opuscolo che gli avevano lasciato e chiuse la porta. Si sdraiò e pensò al giorno del giudizio. Si addormentò. Quando si svegliò, tutto era uguale a prima.