I racconti del Premio Energheia Europa

Nido di balestrucci, Iria Fariñas

Racconto vincitore Premio Energheia Spagna 2025

Traduzione a cura della Classe IV A/L dell’Istituto Europa Unita di Chivasso (TO), con la supervisione delle Professoresse Laura Durando e Gemma Escayola Rifa.

Una creatura cade dal cielo. Un balestruccio. Un colpo secco come di castagna suicida. Un colpo contro il cemento sotto il sole di mezzogiorno. Dopo, spasmi e ali che cercano di riprendere il volo. Il balestruccio, a differenza della rondine, scarseggia dei riflessi blu di sua cugina. Al contrario, presenta una gola bianca e un aspetto più rotondo. Azahar non può notare nessuna di queste caratteristiche dal suo balcone, però tutta la vita in un paesino le ha insegnato a fare a meno delle analisi e a fidarsi dell’intuizione. È l’unico modo per non impazzire in un luogo così.

Osserva l’uccello strisciare nel cortile del frantoio, già quasi abbandonato ed empatizza con l’animale. Le prude addirittura l’attaccatura delle ali, ossia, le scapole. Si alza sulle punte dei piedi per abbandonare il corpo contro la ringhiera e socchiude gli occhi: gli si saranno spezzate le gambe, cioè le zampe? Il rumore è suonato tipo giudizio finale, come un cranio spaccato dalla velocità. Quanto tempo gli resta?

Scende le scale due a due, rinvigorita dal torpore precedente. In cucina, sua nonna mescola un pentolone che compete con le temperature infernali dell’estate. Mormora un rapido addio mentre prende le chiavi e apre la porta, ma, nonostante la sua efficienza riesce a sentire la risposta: “Il pomeriggio in due non mangiamo!”

L’eco del portone rimbomba con maggior impeto di quanto volesse. Le sembra che frammenti della propria voce scappino via precipitosamente. Mentre si avvicina al frantoio, cerca di ricordare, come ogni giorno, come e quando le parole di sua nonna si siano disordinate.

Prima sono stati gli aggettivi, di questo ne è certa. All’inizio aveva pensato che si trattasse di una cosa dell’età: giochetti di parole arcaici come sintomo di deterioramento e nostalgia. Ma, per quanto ci provi, non riesce a compartimentare il Primo Cambiamento, quello che ha attivato l’interruttore. Non ha nemmeno chiaro se scoprire l’origine del tutto faciliti il percorso verso l’uscita o il contrario.

Si ferma bruscamente. La porta del frantoio è immensa e arrugginita. Di questo è sicura. Ricorda: diversi cartelli avvisano riguardo ai sistemi di sicurezza e delle telecamere, tutti obsoleti. La struttura è utilizzata dalla cooperativa occasionalmente, quando ci sono abbastanza olive da rendere il lavoro degno di nota, il che succede ogni volta con minor frequenza.

Negli ultimi anni versa in uno stato di crescente abbandono. Ne ha osservato il deterioramento progressivo, ogni giorno, dal balcone. Il balcone, che è l’unico modo che ha per sorvolare il mondo. Tuttavia, all’improvviso, gli occhi contraddicono la memoria: dove c’è sempre stato un lucchetto da sollevare, non c’è niente. Nessuna recinzione circondata dal ronzio delle vespe, né cartelli né porta: un sentiero liscio sterrato conduce ad un mulino.

Quando lei e sua nonna camminavano tante volte, a meno di un metro di distanza l’una dall’altra sebbene scambiassero a malapena istruzioni funzionali (fai attenzione a quella pietra, che è instabile/ non ti appoggiare lì: quella è un’ortica/ meglio se andiamo per questo sentiero qui) e osservazioni quasi enciclopediche (la fioritura delle bouganville non è perenne ma è in costante rinnovamento/ la calcite si differenzia dal quarzo per il clivaggio romboedrico/pensi che l’origano selvatico profumi come in Italia, nonna?), accanto alla struttura metallica del frantoio, Azahar ricorda di aver fantasticato sull’idea che il fiume fosse più vicino, di poter sentire l’acqua scorrere dalla sua camera da letto. Ma quello era stato appena un sogno ad occhi aperti, vero?

Mentre avanza lungo il sentiero di terra, nota che il balestruccio ha smesso di muoversi. Ha le ali distese e la testa immersa nelle ombre proiettate delle macine del mulino. Azahar si accovaccia e verifica che non respiri. Raccoglie l’uccello con entrambe le mani e se ne va via da lì con le braccia distese come in un’offerta. Cerca un ulivo adatto per deporvi il cadavere tra le radici e ricorda per la millesima volta quella passeggiata: il ronzio delle vespe intorno alla ruggine di una recinzione che inizia a dubitare, forse se l’era inventata; sua nonna con lo sguardo fisso sull’orizzonte impossibile, oltre il paese e le montagne che lo inghiottivano:

“Altra morte che non paese, la propria non conosce questo”.

Azahar ricorda di essersi spaventata: “Nonna, stai bene?”

E lei: “Anche inghiottendo terra lo sento. A te che ti stia”. “Nonna, che dici?”

“Retrocedere le ragioni: avevano fuga per chi avesse tentato”.

“Andiamo dal dottore. Fa caldo. Vuoi acqua?”

Rimane solo una ruota panoramica in via di scomparsa, ora si è aperto il caos.

E dopo quel disturbo linguistico, sua nonna tornò al mutismo abituale. A volte, Azahar pensava che, quando sua madre le aveva abbandonate in quel paesucolo in mezzo al nulla, si era portata via con sé il rumore che un tempo era loro appartenuto. Da allora, in quella casa regnava il silenzio, e quando uscivano né la corrente del fiume dopo il disgelo, né le migrazioni degli uccelli, né le grida dei vicini erano capaci di attraversare la membrana che le circondava. Azahar non sognava altro che far scoppiare quella bolla. Ma fermava sempre il dito a un millimetro della superficie.

Azahar, di spalle al movimento circolare del mulino, lascia il corpo del balestruccio, sempre più rigido e freddo, tra due radici che disegnano un nido. Immagina l’uccello che si sveglia e se ne va. Che bel posto per abbandonarlo. Immagina le tracce del decollo. Non ne immagina, tuttavia, la traiettoria, una volta superate le cime degli alberi. Fa fatica a prevedere dove vanno coloro che se ne vanno.

Né Azahar né sua nonna avevano mai lasciato il paese, per non dire il villaggio, però conoscevano molte persone che l’avevano fatto, la maggior parte delle quali non erano tornate. Azahar si dibatteva tra l’orrore e il fascino per il più-al-di-là-del-villaggio: non tornare significava libertà o sequestro? A mala pena restava qualcuno che potesse rispondere.

Con i piedi un po’ più pesanti, torna a casa. Esita prima di introdurre la chiave e esita ancora una volta prima di girarla. Dentro, la tavola è già apparecchiata e l’odore fumante presiede tutto. Nel silenzio c’è un senso di normalità. Però è fragile:

Cadere in questa tristezza è vita, non c’è miracolo.

All’improvviso, decide di correre un rischio che da mesi non esercita: chiedere a sua nonna. Le dice: “Nonna, il fiume è mai arrivato fino al frantoio?” E lei: “Frantoio cosa?” E Azahar: “Quello là di fronte!” E la sentenza: “Riferisci mulino al, ti ah!”

Quella notte fa fatica a dormire. Le prudono le scapole e le fanno male le caviglie. La testa, oscurata. Il modo in cui le lenzuola le si arrotolano attorno la soffoca. Le spinge e le calcia, ma ancora una volta tornano ad accerchiarla. Quando, in piena notte, sta per arrendersi e cadere in un loop, lo sente.

Un nuovo rumore inaspettato. Cinguettii inscatolati, mormorii, graffi, colpi d’ala, leggerezza. Lo spirito del balestruccio, pensa. Lo spirito del volo! Si alza e ne cerca la provenienza. Percorre le pareti tenendoci sopra un orecchio. Tocca e sposta i mobili. Si accovaccia, si scuote, si affaccia. Piange un po’, senza sapere perché. E, quindi, lo trova: il suono che la aspettava, amplificato attraverso il condotto di ventilazione. Sale su una sedia e stacca la griglia protettiva. Infila il volto nel rettangolo nudo e sente un respiro impetuoso accoglierla. La invade un’enorme voglia di cantare.

Il giorno seguente, torna al frantoio nel tentativo di smentire il sogno del mulino. Forse ieri ha fatto troppo caldo, si dice. Forse era stanca. Forse la caduta del balestruccio mi ha stordita. Forse quello della nonna è genetico e a me si confondono le immagini al posto delle parole. Scende, di corsa, per la discesa che porta da casa sua alla fattoria e, una volta che la polvere che solleva al suo passaggio si disperde, scopre che è stata sostituita, non da un mulino, ma da una ruota panoramica.

Odore di zucchero filato, bambini che non ha mai visto e, persino, persone con la pelle bruciata che pronunciano parole che non ha mai sentito. “Il linguaggio si sta disordinando a tutti!” dice al fornaio, quando lo vede passare mano nella mano con la figlia. Egli si affretta ad allontanarsi. Il fiume non attraversa più il punto in cui prima c’era il mulino, ma ora circonda la ruota panoramica come a prenderla in giro con il suo intrico.

Trasforma il ritorno in un rituale. Torna ogni giorno per controllare il mutamento. La ruota panoramica diventa un belvedere di legno con grandi pannelli informativi. Decine di individui in bermuda si accalcano sul davanzale lottando per uno spazio in cui inserire i binocoli. Esclamano: “Rondini!”, mentre indicano balestrucci. Poi comprano porzioni d’asporto di zuppa di rondine in un chiosco all’angolo con l’annuncio “specialità della zona! 2×1!”. Il fiume si allontana abbastanza da decorare il paesaggio osservato da lontano come una cartolina.

Poi, un agriturismo con guida forestale sostituisce il belvedere e il fiume si allarga e si riempie di barche colorate. Azahar chiede al proprietario della ferramenta cosa stesse succedendo ed egli le offre opuscoli pubblicitari. Subito dopo, l’agriturismo viene sostituito da un hotel di cinque piani e con parcheggio che sommerge qualsiasi traccia del fiume. Sua nonna si iscrive al piano mensile delle terme. Nel frattempo Azahar aspetta qualcosa. Un segnale. Qualsiasi cosa. Un modo per comunicare con lo spirito, che le offra una soluzione. Un’azione, anche se non è determinante. Una freccia.

Preferisce la superstizione alla sottomissione. Di notte, si siede sul pavimento ad ascoltare il battito di ali dello spirito del volo. Di mattina gira intorno all’ulivo dalle cui radici qualche necrofago ha strappato il balestruccio ormai morto. L’ulivo è l’unica cosa che rimane immutata. Ne esamina i rami, le foglie, le erbacce, le pietre, gli insetti.

È chinata, con la testa immersa in un cespuglio, quando sente lo schiocco di una lingua alle sue spalle. Si gira e scopre due vicini, entrambi membri della cooperativa che un tempo gestiva prima il frantoio, poi la fiera, in seguito il belvedere e l’agriturismo e, adesso, l’hotel. Stanno lì, con le braccia incrociate e un’espressione di falsa costernazione. Li saluta con un gesto e riprende la sua attività. Si allontanano. Li sente, nonostante ciò commentare:

“Sta sempre peggio”.

“Menomale che non ho mai lasciato che mia figlia giocasse con Azahar”

“Povera creatura, poveretta”.

E, allora, prima che la rabbia quotidiana le salga su per le arterie, prima di reprimere ancora una volta l’impulso di spiegare a tutti e a ciascuno degli abitanti di quel paese che la “h” intercalata non si pronuncia, ma si percepisce; e prima di sentire un accumulo di voglia di far loro notare l’importanza della pausa e della pazienza e, soprattutto, della sottigliezza; e, più di ogni altra cosa, di gridare con la faccia incollata a ciascuna delle loro facce che non si chiama Azar, che non si è mai chiamata Azar, e che se non risponde è perché hanno passato tutta la vita a chiamare la persona sbagliata, comprende.

Uno di quei vicini condivide un muro con casa sua. Da bambina, era solita spiare dalla terrazza come caricava sacchi all’interno del frantoio.

Alcune notti, lo sentiva litigare con la moglie. Una volta sentì un colpo secco e non rivide mai più la donna. Sua figlia non accennò mai all’argomento, ma fu una delle prime ad andarsene dal paese e a non tornare mai più.

Come un grido, che non ha nulla a che vedere con tutto ciò che voleva gridare pochi secondi prima, Azahar corre verso casa. Più precisamente, verso il muro in cui sfocia la griglia di ventilazione della sua camera. Il segnale è arrivato

.
Un rompicapo ha più di labirinto che di manualità: immaginare percorsi possibili, progettare l’incontro, rischiare di perdere. Azahar, piantata di fronte alla griglia di ventilazione di camera sua, visualizza le curve del condotto verso il proprio obiettivo. Nella mente le si espande come un artefatto mostruoso, pieno di anfratti che portano a loro volta a nuovi anfratti; interminabile. Con il cuore trasformato in un colibrì in gabbia, si affaccia ancora una volta alla finestra di metallo. Ne aspira l’aria interna e la restituisce sotto forma di fischio. Aspetta. Respira di nuovo, sollevata, quando la risposta arriva appena alcuni secondi dopo: lo spirito è ancora vivo. Lo spirito rimane.

Ora deve solo trovare un modo per raggiungerlo. Pensa a diversi meccanismi: aerei di carta, fionde, canne da pesca, ciottoli lanciati con la certezza di amanti segreti, auto telecomandate, lucertole addestrate. Nessuno la convince. Vuole, desidera, ha bisogno di vederlo con i propri occhi, toccarlo con le proprie mani. Sente il richiamo sulla pelle. È così vicino. Prende una decisione: aspetterà fino all’alba.

Nascosta in un angolo morto del balcone, vede il vicino uscire di casa, verso quello che questa mattina sembrava essere un bubble camping. Vede i turisti che dormono ancora all’interno delle sfere trasparenti. Ormai ha smesso di chiedersi quando e come arrivano. Il fiume ora serpeggia tra le capanne come un festone decorativo.

Il vicino non chiude a chiave. Nessuno lo fa. A cosa serve? Qui non succede mai niente. Così annunciano i nuovi cartelli di sei metri all’ingresso del paese: sicurezza e tranquillità. Qui niente finisce. L’uomo si allontana ad ampi passi, scolpiti nella consuetudine. Si accende una sigaretta. L’ultima cosa che resta di lui è una scia di fumo.

Azahar si costringe a fermarsi per qualche minuto: potrebbe essersi dimenticata qualcosa, potrebbe tornare e rovinare tutto. Però il sole sorge dolcemente e sua nonna russa dalla sua camera da letto. Si affretta, in punta di piedi. Non sa quanto tempo ha a disposizione.

Il mondo sembra all’improvviso suo complice. Nessuna porta, sia d’ingresso che d’uscita, scricchiola quando viene spinta, nessun animale la rimprovera, nessun oggetto cade, nessun essere umano le appare all’improvviso. Arriva, in un solo sospiro, alla stanza accanto alla sua e, per un momento, si sente dall’altra parte di uno specchio. La camera ha le stesse dimensioni della sua, la stessa altezza, la finestra nello stesso punto della stessa parete con la stessa luce che l’attraversa. Tuttavia, tutto è diverso: al posto del letto con le lenzuola appena lavate, c’è un armadio, al posto del comodino sempre ingombro di bicchieri, fiori secchi e carta, c’è un armadio; al posto della scrivania in disuso, c’è un armadio. L’unica cosa che resta uguale è che, dove lei ha l’armadio, c’è un armadio. Il centro della stanza è vuoto. Un cratere osservato da quattro guardiani di legno.

Si trova proprio al centro e ruota sul proprio asse, senza ancora osare aprirne nessuno. In quale di essi vivrà lo spirito del balestruccio morto? Chiude gli occhi e fischia immaginando che la sua voce sia un proiettile, un’onda d’urto dopo aver lanciato un sasso in uno stagno. Immagina che qualcosa affondi e qualcosa emerga. Uno scambio: il proprio fischio per l’ordine del linguaggio della nonna. Il proprio fischio per la restituzione del frantoio. O per la fine di tutto. Aspetta. Prolunga il suono tanto quanto i polmoni glielo permettono. Poi, il trambusto. Intorno a lei, da ogni angolazione, un mormorio pronto ad essere liberato. Cinguettio. Canto represso. Ancora con gli occhi chiusi, Azahar palpa le porte, una per una. Nota il potere della vibrazione che emettono. C’è qualcosa al limite. Apre gli occhi, quasi come se stesse ricevendo un ordine. Percorre la stanza e, in un impeto imperativo, apre tutti gli armadi. Scopre così le viscere dei nidi.

Nidi di terra compatta e decine di occhi che la osservano. Nessuno dei balestrucci rinchiusi si muove. Azahar capisce. Avanza all’indietro fino alla finestra e, senza distogliere lo sguardo dagli uccelli, cerca il telaio della porta fino a trovare la maniglia. Uno scricchiolio. Un’apertura. Il segnale: si scansa in tempo prima che uno sciame di ali la sfiori mentre fuggono. Quando l’ultimo uccello attraversa la soglia, si affaccia e li saluta, agitando un braccio sopra la testa. Sa che non torneranno mai.

Una volta di nuovo sul balcone, Azahar aspetta, decisa a non battere ciglio, se necessario, pur di contemplare il momento dell’Ultimo Cambiamento. Rimane ore immobile. Ascolta la nonna cantare dalla cucina: “Sembri il volo finale dei miei sogni. Azar”. Sorride. Vede spegnersi tutte le luci. Ignora la fame e la sete. Ignora il freddo che portano le stelle. Tuttavia, all’improvviso, approfittando del tremore delle palpebre stanche, succede: il campeggio è un aeroporto e il fiume comincia a servire un trasformatore idraulico. Un ribollire sul cemento all’alba. Una creatura decolla verso il cielo. Un aereo. E, in lontananza, uno spirito cinguettante la reclama.